Respirazione Olotropica
Non si possono scoprire nuovi oceani
se non si ha il coraggio
di perdere di vista la riva.
André Gide
Unavia per diventare
La respirazione olotropica è una pratica esperienziale con un forte potenziale trasformativo ed evolutivo, di crescita personale e cura, che apre a una più ampia e profonda conoscenza di sé.
Come suggerisce l’origine del nome, òlos (intero) e trépein (andare verso), questa pratica è una via, una direzione, per varcare in totale sicurezza la soglia della coscienza consueta e accedere – percettivamente, emozionalmente, cognitivamente – a quel che di ignoto, misterioso, primordiale e caotico ci abita e abita il mondo.
Cosa può succedere?
Negli stati olotropici possono emergere contenuti diversi: esperienze biografiche, memorie corporee connesse alla nascita e alla vita perinatale, sensazioni fisiche, emozioni, connessioni con elementi transpersonali (altri viventi, animali o piante, aspetti dell’inconscio collettivo).
Il processo che si attiva attraverso l’esperienza olotropica non è indotto dall’esterno ma è guidato dal guaritore interno, un’istanza interiore di autocura che in ogni individuo agisce omeostaticamente e che si orienta naturalmente, nelle dovute condizioni, verso il miglior equilibrio possibile in quel momento.
Da dove viene?
Il dispositivo è stato ideato dallo psichiatra cecoslovacco Stanislav Grof e da sua moglie Christina Coppendale, nella seconda metà degli anni ’70, nel fecondo contesto culturale di Esalen, in California, dove risiedevano altri ricercatori e innovatori di molte discipline.
Gli elementi fondanti sono: il respiro intensificato e accelerato, la musica – una colonna sonora creata per supportare l’esperienza -, la possibilità di un lavoro corporeo focalizzato sul rilascio energetico. L’esperienza si fa in un setting di gruppo, che supporta ogni partecipante, in un contesto libero e protetto di sicurezza e fiducia.
Immagini di Johannes Plenio, Filippo Andolfatto e Husam Harrasi
